La parrocchia

La Carta della Pieve di Seveso (1953/1631), redatta per il cardinale Federico Borromeo una trentina di anni dopo l’inizio delle registrazioni battesimali, colloca nel territorio di Barlassina tre chiese: la parrocchia dedicata a San Giulio ed altre due chiese minori dedicate alla Madonna: Santa Maria della Consolazione e Santa Maria in Cattedra.

Per conoscere una descrizione degli edifici, si dovranno attendere le relazioni inerenti alle visite pastorali, volute da San Carlo, ma già il Liber Notitiae Sancoturum Mediolani riporta un elenco delle chiese e degli altari esistenti verso il 1289, dedicati ai vari santi.

Il Visitatore della Pieve nel 1567, Padre Leonetto da Clivone o Cluvone, posiziona la chiesa principale al centro al paese, la indica di dimensioni modeste, tuttavia adatta all’esiguo numero degli abitanti del tempo: la misura rilevata in braccia corrisponde a 18 metri di lunghezza e 9 metri scarsi di larghezza. La costruzione ha una pianta romanica lombarda, rettangolare, con un’abside semi circolare, progettata con tre campate lisce, con l’ultima più larga. Le pareti interne sono di mattoni a vista, come a vista sono le tegole che coprono il tetto di legno che non è sorretto da capriate, ma da due archi che portano i correnti. Il pavimento è fatto di tavelloni di legno. Due finestre nella navata e un’apertura tonda sprovvista di rosone sulla facciata portano la luce all’interno. La facciata risulta molto trascurata.

Dentro la chiesa trovano la loro sistemazione tre altari: quello maggiore, quello dell’Assunzione della Vergine e l’altare di Sant’Antonio abate. L’altare principale è collocato nell’abside a volta e vicino alla parete di fondo. Le pareti, afferma il Visitatore, hanno dipinti antichi: il Crocifisso, la Vergine, San Giuseppe e qualche altra rappresentazione resa irriconoscibile dal tempo. La cappella dell’Assunzione è decorata da un affresco che rappresenta la Vergine elevata al cielo, circondata da angeli con ai suoi piedi gli apostoli. In questa cappella, voluta dalla famiglia Porro, ogni giorno il sacerdote Ambrogio da Cimnago, che risiede a Meda, celebra una messa per la devozione del magnifico Ercole Porro e del figlio Angelo. Nella cappella di Sant’Antonio trova posto una pala coni santi Antonio abate, Giovanni Battista, Vincenzo, Martino e altri. Il mantenimento di questa cappella è dovuta ad un lascito del magnifico Tommaso Porro. Lateralmente sono posti due altari non consacrati.

Il fonte battesimale di marmo, di forma rotonda, risulta al Visitatore essere piccolo, collocato in modo non corretto, a destra, vicino all’altare maggiore e non nella parte sinistra della chiesa, senza il necessario cancelletto di separazione. Tuttavia nell’inventario del parroco Pelegrò il fonte risulta di essere di buona fattura, ben dimensionato e ricoperto dal ciborio; forse che il Visitatore proveniente da Milano, è uso vedere manufatti più prestigiosi? Tuttavia durante le successive visite degli incaricati del vescovo non si notano cambiamenti al meglio e nel 1612 nei decreti promulgati si legge: “Vi si ponga un nuovo fonte battesimale di marmo e di buona pietra, a diversi colori, rimossa l’antica vasca, che essendo porosa non vale a contenere le acque; venisse ricoperto dal ciborio con decente padiglione bianco, e questo fra un anno, altrimenti, trascorso questo, i bambini vengano portati per battesimo alla chiesa viciniore”.

Certo è che anche la chiesa non si presenta bene: non ha campanile, un pilastro posizionato sul lato destro del luogo sacro esce dal tetto sorreggendo una solitaria campanella. Tuttavia durante la visita di San Carlo, il 22 e 23 aprile del 1581, un nuovo campanile con due campane ha sostituito quello precedente. Deve essere molto semplice e non una vera e propria torre campanaria se il visitatore Giovanni Giussani, trovandosi il 3 maggio del 1608 a Barlassina, ne sottolinea la mancanza, anche se sono state gettate le fondamenta.

Secondo l’uso del tempo il cimitero si trova a fianco della chiesa, lo steccato che lo circonda è in pessimo stato, per questo il Visitatore dispone che venga chiuso in maniera adeguata e lo stesso si deve fare per le tombe che deono avere una chiusura di pietra. La cappella esterna alla chiesa deve essere chiusa o trasformata nella sacristia che al momento non esiste. Occorrerà una trentina di anni prima che si arrivi a mettere in pratica tutte le disposizioni del Visitatore: non mancano le risorse economiche, dal momento che il parroco rinunciatario don Pietro Porro come pure il nobile Ottavio Porro elargiscono, per testamento, somme cospicue per la realizzazione delle opere, compresa una nuova chiesa. Manca, invece, la volontà degli uomini. Infatti le fondamenta da erigere per provvedere all’ampliamento della chiesa toccano, in parte, una strada per mezzo della quale si accede all’abitazione del magnifico Battista Porro e questi pone il divieto allo scavo. Va ricordato che tale Battista Porro è il figlio di don Ottavio Porro, colui che ha destinato parte dei suoi beni alla realizzazione della nuova chiesa. San Carlo stesso, durante la sua visita della Pasqua del 1581, si pone come mediatore per risolvere la questione e far partire i lavori, ma inutilmente. Tuttavia il visitatore Rizzi, nel 1612, trova la chiesa “innalzata e coperta”. Non perfetta, ma perfettibile: “mancano molte cose al decoro e all’ornamento, ed anche a combattere il freddo di coloro che vi assistono alle sacre funzioni e alle prediche nel tempo invernale; ed anche per allontanare ladri sacrileghi che più volte la spogliarono”. La chiesa manca infatti della volta ed è senza pavimento. Il Visitatore suggerisce che il lavoro da realizzare “venga fatta a spese dei nobili, degli scolari del S.S. Sacramento e dei parrocchiani tutti”. L’invito è esteso a quei nobili che già hanno contribuito con le offerte, affinché la munificenza e la pietà usate per iniziare l’opera possano essere utilizzate anche per ultimarla e ornarla.

La chiesa verrà ultimata nella sua parte barocca attuale, verso la prima metà del Seicento, sulla base della chiesa primitiva secondo i disegni dell’architetto milanese Ercole Turati.

Qui vengono trasportati gli affreschi del Luini dal convento dei frati di Santa Maria della Consolazione.

Bernardino Luini dipinge la Madonna dell’Aiuto nel 1527. La data è MDXXVII- die VII MAI si legge sul lembo superiore dell’affresco. Questa data lo colloca nel periodo dei dipinti del santuario della Beata Vergine di Sarono e quelli della basilica di San Magno a Legnano, a ulteriore testimonianza dell’intensa attività pittorica di quest’artista, anche nelle zone meno prestigiose. Il dipinto posizionato nella cappella di destra, ritrae la Madonna seduta con il Bambino in braccio, in un atteggiamento più volte adottato dal pittore nelle sue molte opere, con due angeli che sostengono le cortine. Ai fianchi della Madonna trovano posto quattro santi: Giovanni Battista e Antonio abate, Lorenzo e Martino; sono queste figure a mettere in luce i caratteri salienti della pittura del Luini, soprattutto la testa del vecchio Sant’Antonio e la figura di San Martino, quest’ultima secondo le affermazioni di Luca Beltrami “riporta come richiamo all’analoga figura nella Pala Torriano”.

L’opera del Luini è racchiusa in un decoro fatto di putti, cherubini e ghirlande, cornici e cimase, rara testimonianza di stucchi barocchi della prima metà del Seicento che, oltre ad armonizzare gli affreschi, esalta il manufatto pittorico.